NINO ROTA

Nino Rota (il suo nome di battesimo è Giovanni Rota Rinaldi) nasce in una famiglia di musicisti il 3 dicembre 1911.

Il nonno Giovanni è uno dei più noti strumentisti e autori musicali del secondo Ottocento e sua madre, Ernesta Rinaldi, è una eccellente pianista.

E’ lei ad avviare precocemente Nino Rota allo studio del pianoforte e alla composizione, adoperando un approccio didattico ideato dal Maestro Perlasca per favorire lo studio del solfeggio attraverso un’attività ludica, assecondando l’indole dei bambini (si trattava di una specie di scatola di costruzioni musicali).

Questa pratica ha indotto qualcuno a ricordare Wolfgang Amadeus Mozart, bambino prodigio, che giocava con la musica usando le note e il pentagramma al posto di biglie e cavalli a dondolo.

Il risultato è che Nino a quattro anni, con approccio istintivo, suona già il pianoforte e compone, così che ad appena otto anni ha già prodotto numerose composizioni per pianoforte, per pianoforte a quattro mani e in seguito per ensembles strumentali variamente assortiti.

La visione magica ed evocativa della musica, unita all’aspetto ludico istintivo, porteranno ben presto Nino alla scrittura, testo e musica, della favola, “Storia del mago doppio”.

Questa composizione, per qualcuno straordinariamente profetica perché anticipatrice di quelle che saranno le favole cinematografiche scritte con Federico Fellini, stimola l’interesse dell’ambiente accademico e induce il Maestro Giacomo Orefice a prendere il piccolo Nino come uditore nella propria classe al Conservatorio.

Nel 1923 Nino Rota entra nel Conservatorio di Milano ed è allievo di Paolo Delachi e Giulio Bas. Al Conservatorio Nino ha come compagno di giochi Gian Carlo Menotti, che diverrà compositore italiano di fama mondiale.
Nino e Giancarlo, entrambi allievi del Conservatorio Musicale di Milano, sono considerati i due ragazzi prodigio della scuola. Le loro madri erano amiche e parlavano naturalmente del futuro dei loro figli. “Il mio Nino sarà il nuovo Beethoven, e il suo Giancarlo il nuovo Mascagni”. Con questa orgogliosa profezia della Rinaldo, superba per Nino e meno impegnativa per Giancarlo, si guastarono i rapporti fra le due signore.

In realtà la madre di Rota non era andata troppo lontano: il figlio, col “Cappello di paglia di Firenze”, infatti, fu paragonato dalla critica, per stile e per atmosfere, a Rossini, se non a Beethoven mentre Giancarlo Menotti, con “La santa di Blecker Street”, fu considerato molto vicino al verismo di Mascagni.

In quegli anni casa Rota era frequentata da artisti importanti della scena musicale europea, come Giacomo Puccini e Arturo Toscanini, che contribuivano a forgiare l’animo professionale del piccolo compositore.

E infatti Nino scrive composizioni di ogni genere e continua a formare la sua cultura musicale in una Milano attivissima e feconda musicalmente, frequentando assiduamente il Teatro alla Scala.

La prima vera opera di Nino Rota è del 1922: “L’infanzia di S. Giovanni Battista”, eseguita nello stesso anno a Milano e l’anno successivo a Turcoing in Francia, ove, chiamato alla ribalta dal pubblico entusiasta, ne dirige la replica finale. L’impressione fu enorme, la foto del piccolo Rota comparve sul New York Times e tutti i principali quotidiani del mondo cominciarono a pubblicare storie romanzate del piccolo genio, subito definito “l’emulo di Mozart”.

Nel 1926 Nino Rota scrive “Il Principe Porcaro”, una piccola opera per ragazzi spirata ad una fiaba di Hans Christian Andersen. Tre quarti d’ora di una musica che con discreta maturità, intensa, senza sbavature, e al tempo stesso ironica, convince il giudizio della critica.

La strada per una luminosa carriera è ormai aperta, mentre l’indole un po’ irrequieta del Rota verrà mitigata dal compositore Ildebrando Pizzetti, che riuscirà a imbrigliare l’istinto musicale di Nino guidando la sua travolgente vena compositiva all’interno di una consapevolezza tecnica, motivando le restrizioni e l’aridità di certe regole dell’armonia e del contrappunto con l’istinto e la sicurezza tipiche del giovane compositore.

Dopo soli due anni però Pizzetti decide di congedare il suo allievo, che continuerà con un altro grande della musica italiana del ‘900: Alfredo Casella. Questi guiderà Rota alla scoperta dei nuovi linguaggi musicali contemporanei, un vasto panorama artistico ed espressivo che contribuirà non poco alla definitiva maturità dell’artista. Negli anni dal 1924 al 1926, infatti, Nino Rota segue le lezioni di composizione all’Accademia di Santa Cecilia con il maestro Alfredo Casella, punto di riferimento per la musica contemporanea. Si diploma nel 1930 al Conservatorio di “S. Cecilia” di Roma sotto la guida del M. Michele Cianciulli, che rimane poi suo fraterno amico per tutta la vita, e che lo inizia a quelle pratiche esoteriche di cui si può ritrovare traccia nelle sue composizioni musicali.

Da questo momento inizia anche la passione di Rota da collezionista: egli colleziona migliaia di volumi di opere di contenuto esoterico, oggi donate all’Accademia dei Lincei.

Come testimonia il regista e scrittore Mario Soldati, Rota comunica con l’aldilà. Lo stesso Fellini, con cui Rota lavora per molti anni, lo definisce un amico magico proprio per questa sua anima esoterica.

La carriera di Nino Rota ha poi una svolta grazie all’appoggio di Arturo Toscanini, che gli permette di andare a studiare al “Curtis Institute” di Philadelphia dove, dal 1931 al 1933, studia e assorbe le grandi lezioni di Ravel, Debussy, Stravinskij, Poulenc e, non ultimi, due straordinari autori di colonne sonore: Sostakovic e Prokof’ev, con il quale aveva in comune una straordinaria vena melodica.

Rota si perfeziona con Scalero per la composizione e con Fritz Reiner per la direzione d’orchestra. In questi anni ha l’opportunità di incontrare generi e forme musicali differenti, con particolare attenzione allo sviluppo del jazz e dell’incontro dello stesso con l’ambiente colto.

Grazie alla lezione americana si avvicina alla musica popolare e impara ad amare Gershwin, Cole Porter, Copland e Irving Berlin e incontra un amico, Aaron Copland, che sarà decisivo per il suo orientamento verso il cinema e la rivalutazione della musica popolare.

Di ritorno dagli Stati Uniti e con la nuova lezione musicale appresa, Rota accetta di comporre una sigla orecchiabile per un film dal titolo “Treno popolare” (1933). La colonna sonora però non ha alcun successo e così per tutti gli anni ’30 abbandona il genere musicale delle colonne sonore.

Per avere un mestiere di riserva, come sul dire, si laurea intanto in lettere moderne all’Università di Milano con una tesi dedicata al compositore Gionseffo Zarlino. Nel 1937 insegna teoria e solfeggio al Liceo Musicale di Taranto e ricomincia ad appassionarsi alla composizione solo nel 1939 quando approda al Conservatorio di Musica “N. Piccinni” di Bari, di cui dieci anni dopo diventa direttore.

E’ a Bari che Nino Rota scopre nel 1955 il talento di uno studente quattordicenne di particolare valore. Dopo averlo ascoltato Rota ne intuì la potenzialità e convinse i genitori a fargli proseguire gli studi presso il Conservatorio di Napoli: quella giovane promessa era Riccardo Muti. Le sue dimore abituali diventano Roma e Bari.

A Roma, insieme con la madre (direttrice dal 1943 al 1944 del periodico femminile Grazia), Rota frequentò il salotto di Emilio Cecchi, dove incontrava fra gli altri Ungaretti e Moravia. E’ durante la guerra che Nino Rota inizia la sua attività di compositore per il cinema. Dopo aver realizzato il suo primo accompagnamento musicale per il film “Zazà” di Renato Castellani nel 1944, incontra Federico Fellini, impegnato a produrre “Lo sceicco bianco”. Da allora tra i due artisti si instaura un’amicizia lunga trent’anni e una collaborazione per numerosi film, resa fortunata dalla felice intuizione del Maestro di dover comporre musiche al servizio delle immagini.

Negli anni ’50 diventa l’autore delle principali musiche di scena del teatro di Eduardo De Filippo, tra cui quelle per “Napoli milionaria”. Rota alterna la composizione di colonne sonore con la composizione di musica operistica e la consacrazione in questo campo avviene nel 1955 con l’opera “Il cappello di paglia di Firenze”, messo in scena alla Piccola Scala con la regia di Giorgio Strehler.

Per Federico Fellini, dopo “Lo sceicco bianco”, musica film come “Otto e mezzo”, “La dolce vita”, “La strada”, “Il bidone”, “Fellini Satyricon”, “Le notti di Cabiria”, “Il Casanova”, “I Clowns”, “Giulietta degli spiriti”, “Amarcord”.

Rota collabora con i più grandi registi dell’epoca. Scrive per Mario Soldati le musiche di “Le miserie di Monsù Travet”, “Jolanda la figlia del corsaro nero”, “Fuga in Francia”, per King Vidor le musiche di “Guerra e Pace”, per Luchino Visconti le musiche de “Il gattopardo” e “Senso”, per Franco Zeffirelli quelle di “Romeo e Giulietta” e di “La bisbetica domata”, per Lina Wertmuller le musiche delle undici puntate de “Il Giornalino di Giamburrasca” tra cui la famosissima “Pappa col pomodoro”, per Francis Ford Coppola le musiche de “Il padrino II”, per Stanley Kubrick quelle per “Barry Lindon”, anche se purtroppo la rigidità del regista induce il compositore a rescindere il contratto.

Ma come nascevano le colonne sonore di Nino Rota? Egli lavorava su appunti presi durante colloqui con i registi; il film lo vedeva solo dopo aver composto gran parte delle musiche, e quasi mai per intero. “Suonava il pianoforte come altri mangiano”, diceva di lui Fedele D’ Amico. Gli faceva eco Alberto Savinio: “È il più musicale dei musici che io conosca. Egli vive soltanto in musica, e là solo è felice”. Mentre componeva, sembrava lasciar fluire l’ispirazione che gli urgeva dentro.

Federico Fellini ricordava così i loro incontri di lavoro: “Improvvisamente, nel mezzo del discorso, metteva le mani sul pianoforte e partiva, come un medium. Si produceva come una rottura del contatto, e sentivi che non ti seguiva più, non ti ascoltava più, come se i concetti, le spiegazioni, i suggerimenti ostacolassero il corso creativo”.

Se non che, proprio come un vero medium, una volta “rientrato in sé”, Nino non ricordava quello che aveva appena suonato. Fu così che Fellini decise di collocare dei registratori nella stanza durante i loro incontri: “ma bisognava metterli in azione senza che lui se ne accorgesse, altrimenti il contatto con la sfera celeste si interrompeva”.

Parallelamente, negli stessi anni Nino Rota continua a scrivere anche musica operistica, musica sacra e lavori orchestrali, tra cui: “La notte di un neurastenico”, “Aladino e la lampada magica”, “Lo scoiattolo in gamba”, “La visita meravigliosa”, “I due timidi”, “Torquemada”, “Ariodante”.

Nel 1972 compose le musiche del film “Il padrino” e due anni dopo vince il Premio Oscar per la musica con il Padrino II Parte. Nel 1977 vince il David di Donatello per il miglior musicista per il film “Il Casanova” di Federico Fellini.

Negli ultimi anni accusa maggiormente le critiche rivolte alla sua musica e provocate anche dal suo assenso a comporre tanta musica nazional popolare. L’ultimo lavoro di Rota è Prova d’orchestra di Fellini (1979), che può essere considerato il triste commiato del Maestro dal suo pubblico, dai suoi amici: una musica triste e malinconica che sembra quasi volerci fare intravedere quel mondo dei sogni senza fine che lo avrebbe presto accolto con le sue melodie, come se lo stesso autore fosse consapevole della sua prossima fine e volesse regalarci un ultimo, commosso saluto.

Mentre sta progettando una messa in scena lirica delle musiche composte per “Napoli milionaria” di Eduardo De Filippo, Nino Rota muore a Roma il 10 aprile 1979, all’età di 67 anni.

Rota si è caratterizzato per la sua eccezionale e sterminata vena melodica, che non precludeva nessun genere musicale, fosse esso colto o appartenente alla cosiddetta musica d’uso. Il suo stile risente dall’antico legame con la Scala e l’opera lirica, che lo porta a prolungare e trasportare temi, passioni ed emozioni del teatro nel cinema, in una visione filmica del melodramma, apparentemente decontestualizzandolo ma mantenendone le caratteristiche emotive e di approccio diretto con il grande pubblico.

Le scelte espressive e stilistiche di Rota sono certamente distanti dalle tematiche e dai linguaggi della “musica contemporanea” di estrazione colta, spesso rivolta alla ricerca e alla sperimentazione di nuovi linguaggi e di differenti forme espressive non sempre facilmente accessibili.

Il tempo evidenzia ora che una quantità enorme di capolavori di musica contemporanea, specialmente quelli di tipo intellettuale, sono poco o per nulla eseguiti. “La musica”, diceva Nino Rota, “è un diritto naturale dell’umanità perché essa parla a tutti: potenti e umili, ricchi e poveri, felici e infelici, a tutti coloro che per un misterioso privilegio elargito all’animo umano sono sensibili al profondo e potente suo messaggio”.